Minipost. Il jetlag si e’ fatto sentire parecchio pesante in questi due giorni dopo il rientro da Hong Kong. Fame allucinante verso le 3 di notte e sonnolenza dalle 3 alle 6 del pomeriggio. Poco dopo l’ora di pranzo mi cade letteralmente la testa.
Ieri ho provato a fare un pisolino pomeridiano di mezz’ora mentre ero al lavoro ma e’ contato poco. Oggi invece sono passato alle armi pesanti: musica hip hop a tutto volume nelle orecchie e 2 taniche di Guru, una bibita tipo RedBull ma fatta di sostanze naturali che quindi dovrebbe fare solo bene al corpo. Risultato: ho tenuto botta fino alle 5, poi una volta sullo shuttle che mi porta a casa ho avuto un abbiocco spaventoso e me la sono dormita tutta fino all’arrivo.
Ora sto uscendo dalla fase morfeica addentrandomi in quella ludica: fisicamente sono stanco ma sono sveglio, un po’ come quando ti svegli a mezzogiorno perche’ e’ tardi ma essendo andato a letto alle 6 di mattina, ti senti il fisico un pure’ di patate. In questo stato si fa fatica a leggere o a fare attivita’ troppo impegnative, quindi rimane solo una cosa: Xbox 360 e Call of Duty 4 fino alla morte cerebrale =)
Jetlag
26 03 2008Comments : 2 Comments »
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Il giorno piu’ corto
24 03 2008Oggi, domenica di Pasqua, parto, e lascio un pezzo di cuore ad Hong Kong. Questa citta’ mi ha davvero affascinato, forse piu’ di Parigi, sicuramente piu’ di New York. Non la chiama “la perla del pacifico” per nulla. Non mi dispiacerebbe lavorare qua per un paio d’anni.
Il mio volo sarebbe dovuto partire alle 16.30 locali ma al check-in la gentile hostess della Cathay Pacific riesce a infilare me e il mio collega sul volo precendete, risparmiandoci cosi’ due ore di attesa. Passiamo 5 controlli di sicurezza poi ci imbarchiamo su un gigantesco 747-400 (quello a due piani).
Il volo e’ piu’ corto al ritorno, 12 ore circa, contro le 16 dell’andata. Il motivo: la terra gira, i venti sono diversi, la rotta pure. Sta di fatto che arriveremo a San Francisco alle 11.30 locali dello stesso giorno, quindi 3 ore prima della partenza. E’ un po’ come viaggiare indietro nel tempo, solo che quando arrivi sei ribaltato dal viaggio. Inoltre per il modo in cui gira la terra e siccome attraversiamo la linea di cambio di data in mezzo al Pacifico, in realta’ partiamo con la luce, attraversiamo la notte (che dura poche ore) e arriviamo con luce, ma senza aver cambiato giorno. Magie dei fusi orari.
Mentre scrivo queste righe sono in volo (viva il MacBook Pro con piu’ di 5 ore di vita delle batterie) e la vecchietta cinese di fianco a me ha appena ordinato dei noodles in brodo. Adesso li ordino anche io che mi ha fatto venire fame.
Tornando al volo: appena saliti in quota siamo entranti in un banco di nuvole senza fine e in una zona di venti parecchio forti. Il 747 ballava il un misto tra twist e ballo del mattone mentre meta’ dei passeggeri venivano colti da attacchi di panico mal nascosto. Una hostess si aggrappa ad un tavolino nella zona dove preparano i cibi e guarda preoccupata gli sportelli del cucinotto. Decisamente non rassicurante: o e’ al suo primo volo (che non credo, essendo un volo intercontinentale), o non ha mai sentito una turbolenza del genere. Il capitano chiede di allacciare le cinture e le hostess urlano dietro a tutti quelli che tentano di andare in bagno.
Faccio l’errore di guardare fuori dal finestrino: sbagliatissimo! L’ala del 747 ha una forma ondulata, non piu’ dritta, e la punta piu’ esterna ha vibrazioni di un paio di metri in su e in giu’. Viva i materiali flessibili. Mi chiedo come faccia l’ala a rimanere attaccata al resto della fusoliera e in generale come faccia questo bestione a stare su. Poi confido negli ingegneri della Boeing e torno al mio film: Beowulf, una minchiata.
Sono arrivati i noodle in brodo caldi e mentre li mangio osservo il cinese seduto qui affianco a me: sulla cinquantina, ha appena finito di leggere un giornalino di fumetti manga e ora ha tirato fuori una penna e una agenda e sta disegnando manga lui stesso. E’ bravino. Poi noto che una faccia che ha disegnato e’ parecchio familiare… ehi! ma sono io! solo piu’ brutto. Maccheccazz… Il cinese si accorge che mi sono accorto e volta pagina. Ma… vabbe’. Ora disegna una astronave…
Il televisore personale mi segnala che mancano 5500 km e 5.30 ore all’arrivo. Siamo quasi alla International Date Line dove torneremo indietro nel tempo, cancellando cosi’ la notte che abbiamo appena passato e che sta per finire. Quest’anno faccio Pasqua due volte. Su due continenti diversi, ma lo stesso giorno e quasi alla stessa alla stessa ora.
Buona Pasqua a tutti!
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Cuisine Cuisine parte II: Coccodrillo
24 03 2008Mini post. Celebro la serata finale in Hong Kong salutando amici vari con un ritorno al Cuisine Cuisine, il ristorante costossimo dell’IFC. Ci torno perche’ mi e’ rimasta la voglia di provare il coccodrillo per cui si va e si ordina il zuppone di alligatore. Ci servono una tazzina con brodino di alligagore e un piatto a centro tavola con pezzi di carne e ossa del bestio. Il brodo di alligatore e’ molto molto simile a quello di serpente, forse leggermente piu’ delicato. La carne e’ ottima e sembra di mangiare faraona. Tutte le portate sono ottime, eccetto forse gli involtini fritti di tofu con salsa di granchio. La salsa di granchio e’ buonissima ma l’involtino ripieno di tofu lascia un po a desidera. Sara’ che non sono un gran fan del tofu, nel senso che, non essendo vegetariano non vedo proprio il motivo di farne uso. Per chi non lo sapesse, il tofu e’ un “materiale” biancastro che sembra un formaggio morbido ma e’ pura sostanza vegetale cucinata in mille modi diversi in ogni cucina asiatica. Esiste tofu fritto, tofu bollito, tofu marinato, tofu andato a male, tofu nero, tofu piccante, tofu al tofu e tofu tufato. Il sapore del tofu varia molto in base alla regione di produzione e al genere.
Tornando agli involtini: sono ripieni di un bel baloccone di tofu morbido dal sapere di nulla. Ecco, vedete, e’ proprio il sapore di nulla che non mi rende un gran fan del tofu. E’ come se ti dicessero “Oh, guarda questo fantastico dipinto” indicandoti un foglio bianco.
Dopo la cena ci dirigiamo in una famosa zona di bar di Hong Kong Island. Dal ristorante (anch’esso sulla Hong Kong Island) alla zona dei bar, ci vogliono circa 15 minuti a piedi. In quei quindici minuti non siamo mai usciti all’aperto. Cunicoli, enormi atrii e ponti sospesi ci conducono da un palazzo all’altro e da un centro commerciale all’altro fino a farci arrivare alla zona dei bar. E’ impressionante come tutti questi edifici siano aperti anche di sera solo per il passaggio delle persone, mentre tutti i negozi sono chiusi. Negli edifici, operai, elettricisti e donne delle pulizie si impegnano per il benessere del popolo diurno.
Ma come fanno a controllare che non ci siano mal intenzionati o barboni che dormono all’interno di lussuosi centri commerciali? Guardo il soffitto alla ricerca di telecamere e con grande sorpresa ne trovo pochissime, vicino forse alle porte principali. In California hanno piu’ telecamere che spruzzi anti-incendio, ma allora come fanno qui? La risposta e’ semplice. Un sistema di telecamere qui costa molto di piu’ di un esercito di guardiani notturni. Infatti ad ogni angolo dei questi palazzi e centri commericali, in ogni punto strategico dove due passaggi si incontrano, un tavolino con un sedia e un sonnecchiante cinese in divisa rubano il posto di lavoro alle telecamere. Il valore aggiunto di questi guardiani notturni, oltre ad essere economici, e’ che, contrariamente alle telecamere, parlano pure se ci chiedi informazioni.
Arrivati alla zona dei locali facciamo un giretto per la via a forma di ferro di cavallo dove una folla mista di europei, americani, australiani e asiatici beve e fa casino fuori e dentro ai locali. Stanchi e assonnati da stomaci in lotta con coccodrilli torniamo verso gli hotel. Buona notte Hong Kong.
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Loxifata
24 03 2008Sono sicuro che il nome si scrive in modo diverso e soprattutto in quattro caratteri separati, ma prendendo un taxi ad Hong Kong e pronunciando il codice “LOXIFATA”, il taxista vi conducera’ in una bella zona di bar e ristoranti in Kowloon. Nel caso non fosse chiaro, Hong Kong e’ divisa in 3 parti: Hong Kong Island, il quartiere dei business e la zona piu’ lussuosa (un po’ come Manhattan a New York), Kowloon, l’altro lato del porto, il Victoria Harbor, zona in via di sviluppo con quartieri ancora popolari e caratteristici, e New Territories, la zona “rurale” anche se di rurale ha ben poco.
Tornando al taxista: con circa 1 euro e mezzo di taxi da ogni parte di Kowloon, la frase Loxifata, fara’ pronunciare un “Loxifata, Ha” al tassista e in meno di dieci minuti vi ritrovete in una delle destinazioni notturne piu’ gettonate.
Una piccola viuzza in cima ad una rampa di scale, incastonata fra palazzoni, fa da cornice ad una serie di ristorantini e bar di ogni tipo. Tutti molto carini, con tavoli all’esterno e lontano dai rumori del traffico. Una versione asiatica della Butte Aux Calle di Parigi. Camminando verso la fine della stradina si raggiunge il famoso All Night Long, un bar/pub dove bande locali suonano dal vivo fino alle 6 di mattina. Di solito tre bande fanno turni di mezz’ora dalle 21.00 fino alle 6.00 mentre un DJ riempe i buchi tra un cambio di banda e l’altro.
Cameriere filippine si fanno strada nella bolgia di gente a forza di spintoni e urli, mentre buttafuori con fisico da Benigni vegliano sulla sicurezza del locale. Le cameriere hanno il compito di alleggerire il lavoro del bancone: girano nella folla e quando vedono un ragazzo senza drink lo strattonano per la manica e gli urlano di ordinare. Se rifiuti ti lasciano in pace per 10/15 minuti, poi ritornano. Al terzo rifiuto ti fanno presente, in un ottimo inglese, che se sei nel locale devi consumare. Ti possono portare una bottiglia di vino Australiano in secchio di ghiaccio, drink vari oppure birra. Le marche di birra che la fanno da padrone qui sono ovviamente la cinese Tsingtsao, le onnipresenti Heineken e Budwesier e, udite udite, la Carlsberg che e’ la birra “di moda” e che fa figo. Prendo una Tsingtsao che qui e’ completamente diversa da quella esporta: molto meglio di Bud o Heineken. Nota sulla Tsingtsao: e’ stata fondata da un tedeschi emigrati in Cina, quindi insomma, non e’ male. Ho provato anche ad ordinare un RedBull quando non avevo voglia di alcool il tizio al bancone del bar ha tirato fuori dal frigo una damigiana di plastica bianca di circa 3 litri con dentro un liquido che sembrava RedBull. Era RedBull, ma completamente senza bollicine, probabilmente aperto da giorni. 55 HK$, 4 euro.
La folla del locale si spartisce in 80% asiatici e 20% occidentali, tra cui i soliti americani sbronzi che fanno casino e si fanno riconoscere per provarci con tutte, tutti e tutto: un ciccione ubriachissimo abbracciava ogni cosa sulla sua strada, incluso uno spaventassimo buttafuori che era la meta’ di lui. In California il ciccione sarebbe stato preso con una mossa spezzacollo da 4 buttafuori di dimensioni smisurate e fatto volare in strada. Qui invece il servizievole “buttafuori” ha sorriso al ciccione e con tono affabile gli ha fatto presente che il suo comportamento era poco appropriato. Di tutta risposta Ciccione, gli fa un gran sorriso e gli porge la mano pacificamente. Mini-buttafuori non ricambia la stretta di mano e imbarazzato continua a sorridere. Ciccione risolve la situazione prendendosi la mano di Mini-buttafuori e dandogli una squassata che Mini-buttafuori ricordera’ per sempre.
A meta’ serata, sento una accento familiare dietro di me. Un tizio sui 25 anni con il fiorellone della Guru sulla maglietta parla Englitaliano con una cinese cercando di rimorchiarla. La cinese pero’ ha un buon inglese e Fiorellino non riesce a capire una sega di quello che lei dice a causa della musica alta e del suo inglese da scuola elementare. Dopo qualche tentativo la cinese gli ride in faccia e si volta dall’altra parte. Fiorellino se ne va sconfitto, ma lo rivedro’ piu’ tardi con la mano sulla spalla di un’altra cinese alquanto bruttina che pero’ sembra dargli la possibilita’ di ballare con lei.
La band principale e’ composta da 5 elementi: batteria, chitarra, basso e due voci. I due tizi che cantano sono veramente dei fenomeni. Ottimo inglese fanno tutte cover di canzoni famose che vanno dal rock, a classici anni 60, al punk, a canzoni commerciali. Entrambi hanno una gran voce e la cosa particolare e’ che sono anche imitatori, per cui quando cantano hanno voci incredibilmente uguali a quelle dei cantanti originali. Quando parlano al pubblico sembra di sentire Alvin e i Chipmunks (avete presente?).
La serata si conclude verso le quattro, quando con altri conferenzieri, decidiamo di aver bevuto abbastanza Tsingtsao. “Ton ho hae iat” e il tassita mi condiuce al mio hotel. Se avessi chiesto Harbor Plaza Metropolis qui non sanno cosa sia. Qui tutto ha due nomi, uno inglese e uno cantonese. Ai tassisti serve il cantonese la maggior parte delle volte.
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Scusi? Un nido d’uccello e due pinne di squalo, grazie.
24 03 2008Finita la conferenza, l’altro pomeriggio, ci ritroviamo in un bel gruppetto di 8 partecipanti, tutti con la voglia di fare shopping e andare a cena in un buon locale. Propongo serpente ma vengo bocciato. Da Tsim Sha Tsui, dov’e’ la conferenza, prendiamo il traghetto (10 centesimi) che in 5 minuti attraversa il Victoria Harbor per lasciarci su Hong Kong Island. Vicino alla fermata del traghetto c’e’ l’IFC, il grattacielo piu’ alto di Hong Kong con i suoi 432 metri. I primi 7 o 8 piani sono un centro commerciale immenso con un buon 60-70% di marche italiane, incluso un Caffe’ Vergnano al sesto piano dove i camerieri hanno una bella bandierona italiana sulla divisa. Eccone una foto in notturna: da notare l’illumazione a giorno di tutta la zona a causa dei grattacieli.
Finito lo shopping (5 cartoline per me) ci incamminiamo verso l’opera house dove un ristorante a cui avevo mangiato domenica scorsa prometteva una ottima cena cantonese. All’arrivo ci attende una gentile concubina in abito rosso che ci informa che il ristorante (500 posti circa) e’ tutto prenotato per un party privato. Sbircio dentro e noto gentiluomini cinese con facce da Triadi, la mafia di Hong Kong.
Affamati e alla ricerca di un ristorante semplice ma buono e a modico prezzo torniamo all’IFC dove un ristorante sconosciuto all’ultimo piano del centro commerciale promette una Cuisine Cuisine. Interessante, non ho mai mangiato Cuisine Cuisine. Proviamo.
Un viale (letteralmente) ci conduce dall’entrata ai tavoli passando per pannelli in legno scolpiti e vasi giganti di giada su piedistalli in marmo. Un accompagnatore ci dirige verso un tavolo rotondo da 8 persone dove un capo cameriere e due assistenti aspettano in divisa tipica cinese (quella con il colletto alto e il cappellino tipo cilindretto schiacciato). Prendiamo posto e notiamo la vista: Victoria Harbor da un lato e parte dei grattacieli di Hong Kong dall’altro, tutto illuminato dal famoso spettacolo di luci colorati dei grattacieli di Hong Kong.

Per la prima volta nella mia vita mangio ad un ristorante dove ti danno 2 paia di chopsticks (i bastoncini cinesi) e un cucchiaio. Normalmente, i ristoranti ti danno un paio di bastoncini e se hai zuppa anche un cucchiaio. Siccome esiste l’usanza di mangiare family style (in stile famiglia, ovvero tutti piatti a centro tavole su un zona girevole del tavolo, cosi’ chiuque puo’ provare tutti i piatti ordinati e quindi si spartisce tutto), una delle regole di buona educazione quando si mangia family style con sconosciuti e’ quella di girare le bacchette quando ci si serve. Mi spiego meglio: con un paio di bacchette solo, se si prendesse il cibo da i piatti condivisi e lo si mangiasse direttamente, sarebbe una comunanza di cibo, saliva, e batteri. Di solito fra amici si fa cosi e chissenefrega, ma se sei con persone piu’ anziane o ad un pranzo di lavoro, quando prendi il cibo dai piatti usi l’estremita’ opposta delle bacchette rispetto a quella da cui mangi (per cui le punte per mangiare e la parte grossa per prendere il cibo). Di solito cio’ risulta in sughetti e oli vari colanti sulla mano dal culo delle bacchette. Ma la fauna batteriologica rimane privata. A questo ristorante, diciamocelo, di molto lusso, ti danno due bacchette: paio bianco per mangiare e un paio nero per prendere il cibo dal centro nel tuo piatto.
Conclusa la parentesi di galateo cinese passiamo al menu’. Quello dei vini contiene bottiglie da 4000 euro. Chiudo e ordino acqua. Dal menu’ dei cibi sfoglio emozionato le pagine con piatti esotici da 5 stelle. Una intera pagina e’ dedicata alle pinne di squalo cotte in varie zuppe o saltate con spinaci. Poi c’e’ la pagina per il granchio gigante, tanto per cambiare, e quella del pesce in generale. A seguire carni varie, piatti vegetali e antipasti di ogni tipo. Interessante la pagina dedicata ai piatti a base di Bird’s Nest, nido d’uccello. Questa prelibatezza consiste in una nido fatto di sottili ramiscelli biancastri trasparenti delle dimensioni di una mano o piu’ piccolo. L’uccello (di cui non sono riuscito a trovare il nome) che si incarica di fare questo nido ha una particolarita’: fa il nido con la sua saliva. Quindi quella che ti mangi e’ saliva di volative secca.

Un’altra nota e’ che questo specialissimo nido cresce in particolare nelle coste del Vietnam, su sporgenze a dirupo sul mare, all’interno di caverne. Data la posizione, l’unico modo di rastrellare i nidi e’ quella di calarsi con funi lungo la costiera e arrampicarsi dentro le caverne fino ai nidi. A quanto pare cio’ crea molti morti per anno data l’inesistente sicurezza del processo. Altra nota su questo nido: pare che l’imperatore ne fosse ghiotto e fosse stato lo scopritore di questa prelibatezza e date la scarsa quantita’ di nidi ne riservasse la maggior parte per se facendone levitare il prezzo. Tutt’oggi il nido puro, in Vietnam viene venduto a prezzo uguale (in peso) all’oro. Sul serio. Ultima cosa: si dice che faccia benissimo alla pelle per cui le ragazze locali ne comprano versioni surrogate per ovvie questioni estetiche.
Ordianiamo piatti tipici come l’anatra alla pekinese, maiale in salsa dolce, due zuppe di pinna di squalo in noce di cocco, un zuppa di nido d’uccello.

Cibo di altissima qualita’, quantita’ da nouvelle cousine francese: ci toccava un pezzettino a testa di ogni piatto e quando ne rimaneva uno extra ci guardavamo in faccia e con fintissima cordialita’ alcuni dicevano “prendilo pure, io sono quasi pieno”. Seee…
Mossa strategica di un compagno: ordina un piattone di riso con funghi giusto per riempire gli stomachi affamati: 20 euro di riso.
A fine cena il gentilissimo cameriere ci dice che ci offre il dessert e porta 3 piatti con sopra 3 dessertini ciascuno: un piatto ha palline di frutti di bosco infarinate e refrigerate, l’altro dolcetti al mango e per ultimo le famose tartine al tuorlo d’uovo (mini crostatine con ripieno di tuorlo d’uovo con zucchero caramellato sopra, un delizia dolce-salata). Dividiamo tutto in parti uguali, ovvero ogni dolcetto viene diviso in 3 risultando in 9 pezzetti per piattino. Tutti assaggiano tutto e il pezzo in piu’ crea scene imbarazzanti di gente che succhia i chopstick osservando il pezzettino rimasto e aspettando che qualcuno gli dia il permesso, altri che si buttano all’indietro sullo schienale e con la mano sulla pancia annunciano plateali che sono “pienisssssimi”. Ma per favore.
Finite le briciole del dessert chiediamo il conto: 5000 HK-dollari, circa 400 euro. In fondo per essere un ristorante lussuosissimo non e’ nemmeno tanto, anche se il prezzo al chilo di cibo e’ esorbitante. Usciamo contenti dal ristorante, mentre qualcuno scherza (ma fa finta di scherzare) di andare a mangiare un hamburger da McDonald’s.
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Il banchetto
22 03 2008Mercoledi’ e’ stata la giornata centrale della conferenza ed era in programma un banchetto ad ora di cena. Verso le 18.00 locali 3 autobus hanno portato il centinaio di partecipanti in un paesino a nord di Hong Kong noto per l’abbondante popolazione di pescatori e il porticciolo caratteristico. Ci vogliono 45 minuti di bus per arrivare, durante i quali ci godiamo l’allucinante periferia di Hong Kong con decide di ‘villages’, dormitori da 4000/6000 persone ciascuno. Continuo a rimanere affascinato da questi prodigi dell’architettura che si ereggono per piu’ di 50 piani in zone collinose. L’autostrada passa all’altezza del 5-6 piano per cui gli appartamenti sotto non hanno quasi mai luce diretta. I peggiori pero’ sono quelli a livello dell’autostrada: i primi due o tre piani sopra il livello dell’asfalto hanno un colore completamente diverso dal resto del palazzo: nero da miniera di carbone. Lo smog causato dalle macchine ha reso nera ogni cosa, vetri inclusi. Si vedono pero’ panni stesi anche a queste finestre in procinto di asciugiugarsi senza diventare troppo una massa grigia polverosa. Usciti dalla citta’ ci aspettano colline verdi con vegetazione quasi tropicale e villette con meno di 10 appartamenti ciascuno, un lusso da oltre 6 milioni di hongkong dollari (600 mila euro. Parliamo di piccoli bi/tri locali. Hong Kong piccoli).
Arrivati al ristorante la mandria di ricercatori viene alloggiata al secondo piano, nella sala matrimoni dove ci attende una tipica danza dei leoni in cui ragazzini nella parte dei leoni-drago saltellano al ritmo di piatti e tamburi facendo finta di mangiare insalata, come da tradizionale cerimonia.
E’ tempo di cibo e una decina di portate ci riempie la pancia. Da pollo alla pekinese (in salsa dolce) e gamberi giganti in salsa piccante. Canocchie delle dimensioni di un avambraccio vengono impanate e fritte con peperoni verdi e peperoncino rosso (molto buone). Poi cappe sante ricoperte di erba cipollina e noddles di riso, orata con erbette, altro pesce dai nomi strani ed infine l’attesissimo e onnipresente granchio gigante, con una quantita di carne dentro alle chele superiore a quella di una coscia di pollo. Fantastico. Il tutto annaffiato con Chardonnay Cileno e birra Tsingtsao.
Dolce: un semplice melone fresco. La cena si conclude con discorsi vari premiazioni piu’ o meno riuscite consegnate dagli organizzatori ad ospiti brilli e non completamene coscienti di cio’ che sta accadendo. Un’altra serata e’ andata, meno quattro giorni alla partenza. Putroppo.
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Talo? Talo?
22 03 2008Camminiamo per strada, scappati dal pomeriggio della conferenza per goderci un po la citta’ e fare shopping. Scendiamo per Nathan Road dove tutti i negozi delle grandi marche tipo Prada, Gucci e LV si mescolano ai vari discount fashion stores della Kowloon centrale. Grande bolgia di gente come al solito e un caldo afoso che sembra di camminare a piedi per il GRA di Roma a fine Luglio, a mezzogiorno. Vi risparmio i vari negozi visti con cose piu’ o meno interessanti di solita moda. La cosa degna di nota sono invece gli addescatori di strada, ovvero quelli che fanno promozione di negozi e altre attivita’ ai passanti. Due signore di mezza eta’ rigorosamente cinesi cercano di rifilarci l’ennesimo massaggio antistress, antismog, antivecchiaia e antitutto, fatto rigorosamente da super esperti/e del settore in una bettola al 27esimo di un palazzo in una via sconosciuta. Si offrono di accompagnarci e noi proseguiamo con mano sul portafogli.
Dopo le due massaggiovendole passiamo davanti ad un serie di negozi di sarti, di fronte ai quali un muro umano di pakistani cerca di convicerti a farti fare un abito Gucci su misura. Ora, non ho nulla contro i pakistani, ma sentire un pakistano che ti srotola una frase in perfetto cantonese disturba alquanto e non riesco ancora a farci l’abitudine. Quando pero’ capiscono che tu il cantonese l’hai perso per strada quan’eri piccolo, passano subito all’inglese e quindi vieni sommerso dalla domanda fondamentale: TALO? … talo?talo?talo?talo?.. Ovvero “tailor?”, sarto. Ci inseguono per un po’ poi desistono e ci lasciano andar.
Volantini ovunque, addescatori, promotori, guardoni, spie, e persino qualche mendicante (raro ad Hong Kong, penso di averne visti 3 in tutto in una settimana) fanno da cornice ai milioni di passanti. C’e’ pure una fruttivendola i cui giganti frutti tropicali freschissimi sono ricoperti da una patina nerastra proveniente dalla marmitta dell’autobus di passaggio. Insomma, come al solito si trova di tutto e tutti.
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Il mercatino
21 03 2008Nel zona vicino al tempio islamico, tra Nathan Road e Temple Street c’e’ un mercatino notturno che inizia alle 21 e finisce all’una di notte. Il motivo dell’orario e’ quelle strade di giorno sono trafficatissime ed essendo strette non ci sarebbe spazio per il mercato, invece alla sera tutto si calma ed inizia il mercatino. Ufficialmente. Il motivo vero e’ che la polizia chiude un occhio di sera sul fatto che il mercatino e’ illegale ed e’ un autentico traffico in nero di merci. Al mercatino ci trovi di tutto. Tutti i falsi possibili di immaginari sono li: Calvin Klein, CK, viene modificato in un GK che trova nome in Gioven Kevin o Gilbert Kavintzy a seconda della bancarella. Occhiali di Armani a 9 euro, Gucci, Prada e Louis Vuitton. Ci sono anche venditori di falsi-veri la cui bancarella consiste in un catalogo di borse di Gucci e LV ‘praticamente vere’ dove tu scegli quella che vuoi e loro corrono a recuperla in un magazzino “segreto”. Il mio compagno di avventure ha fatto l’errore di chiedere alla tizia del catalogo se erano borse autentiche e lei ha iniziato a urlargli dietro che quella era “una cazzo di domanda” [tradotto dal cinese]. L’arrabbiata venditrice ha fatto si che un’altra tizia seduta dietro di lei venisse in suo soccorso e iniziase pure lei a urlare alla “cazzo di domanda” del mio collega. Come se non bastasse due tizi sono comparsi dal nulla e fingendo di essere interessati al catalogo erano ad un passo da noi e mantenevano diretto contatto visivo con i nostri movimenti. Le guarde di sicurezza delle venditrici.
Vista l’aria che tirava abbiamo proseguito verso la seguente bancarella dove una gentile vecchietto vendeva vibratori di ogni forma e dimensione, all’aria aperta e senza imbarazzo. Anzi, sonnecchiava tranquillamente appoggiato ad un fallo grande come una mortadella.
Proseguendo siamo arrivati ad una bancarella di cravatte che pubblicizzava “Italian design” (in caratteri cinesi). Le cravatte era particolarmente belle e siccome il mio collega aveva bisogno di una cravatta per la conferenza ci siamo fermati a discutere con la venditrice. Dalla discussione e’ venuto fuori che quelle cravatte hanno lo stesso design di cravatte italiane di marca ma sono fatte in Korea con materiali ottimi e sete piu’ o meno pregiate provenienti dalla Cina. La qualita’ e il design era tranquillamente superiori alle cravatte che si posso trovare in Italia alla Oviesse o alla Coop. Prezzo: 10 euro per 4 cravatte. Dopo aver spiegato ad una venditrice che ero italiano e aver dimostrato le mie qualita’ nell’abbinare cravatte alla camicia del mio amico ce ne siamo andati con due cravatte (per il mio collega) e la tizia che ringraziava me con un She Shien e gridandomi dietro Lian Zae (bel ragazzo). Imbarazzante essendo l’unico occidentale per la strada.
Passiamo davanti a cartomanti di ogni genere e venditori di finte monete di diverse dinastie, giocattoli di ogni materiale e vestiti di ogni marca. Borsette di Gucci la fanno da padrone seguite da Prada e LV. Calze della Puma e dell’Adidas vendono al kilo perche il valore unitario al paio e’ quasi nullo. Ci fermiamo davanti ad una bancarella dove una ragazzina probabilmente quindicenne vende iPods al prezzo di hamburgers di McDonalds. Vengo affascinato dai lettori Samsung prodotti in Cina per il mercato Koreano e non disponibili in America o Europa: mini lettori di 3×2 cm tutto schermo a colori ad alta definizioni dove la ragazzina ci fa vedere il cartone animato di Nemo. “Ci puoi scaricare da internet fino a 1000 canzoni” ci dice. Tanto per rendere il lettore illegale ancora piu’ illegale. Provo a contrattare sul prezzo ma non riesco a farmelo vendere a 40 euro. Ne vuole 70 e io glielo lascio.
La serata si conclude in un bar per strada con mini sgabelli e birra Yanjing Premium, una ottima birra cinese (meglio della Tsingtao) sponsor ufficiale delle olimpiadi di Beijing del 2008. Una bottiglia da un litro: 80 centesimi di euro… perche’ e’ la premium. Quella normale ne costa 50 centesimi al litro.
La discussione procede su ogni sorta di argomento fin quando il mio amico cinese, GF, e un nostro ospite indiano discutono su quale sia il numero locale equivalente al nostro 119 in Italia. L’indiano sostiene sia 199 mentre GF punta sul 999. Per confermare il vincitore GF chiama il cameriere, un tizio sulla cinquantina con un riporto di 20 centimetri che sfoggia un sorriso color catrame: non un dente di colore piu’ chiaro del marrone. Le gengive color petriolio completano l’immagine. GF chiede quale sia il numero locale per chiamare la polizia. Non lo avesse mai fatto: il cameriere viene colto da un attacco di panico, ci guarda come se avessimo pistole sotto la camicia e fa per fuggire a gambe levate. Mentre tenta di fuggire GF lo prende per la maglia bloccando la fuga e gli spiega che era solo una curiosita’ e che non avevamo intenzione di chiamare la polizia. Non convinto sorriso-di-pece conferma il 999 e poi sparisce per il resto della serata.
Soddisfatti torniamo verso le nostre camere rimuginando sulla possibilita’ di comprare materiale Gucci o Louis Vuitton a prezzi da pescivendolo.
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Questo fa bene ai reni, quello fa dormire meglio
20 03 2008In 10 minuti di taxi dall’albergo siamo arrivati nella zona di Sham Shui Po, quartiere popolare e molto tipico di Hong Kong con una percentuale asiatica del 99%. Il restante 1% sono pakistani. Io e i miei due compagni cinesi ci siamo diretti verso She Wang Shan: Serpente Re Pasto, ovvero il locale dove ti servono un pasto da re a base di serpente. Una bettola. Uno stanzino aperto sul marciapiede, tre tavoli rotondi e uno quadrato con una ventina di sgabelli consituiscono la mobilia, mentre le pareti sono ricoperte di pelli di serpente dalle dimensioni dinosauriche. Gabbie con vipere e altri serpenti vari decorano l’entrata. Menu regolarmente in cinese, circa dieci patti in tutto, tutti a base di serpente eccetto un paio di cui vi diro’ in seguito. I miei compagni mi spiegano che il menu’ e’ diviso in due colonne: il nome del piatto con il tipo di serpente sulla sinstra e la funzione corporea sulla destra. Ad esempio, la zuppa di serpento nero fa bene ai reni, mentre quella del serpente di fuoco ha un effetto simile al viagra. Ordiniamo (o meglio, ordinano) quattro zuppe: serpente bianco, serpente nero, serpente di fuoco e zuppa di serpenti vari e geko. Il geko e’ quel simpatico lucertolone nero con ventose nelle zampe che si attacca allegramente su qualunque parete. Il nostro geko galleggiava pacificamente morto nella zuppa a centro tavola, circondato da pezzi cilindrici di circa 5 o 6 cm, di serpente.
La carne di serpente ha un consistenza e un sapore che sono un via di mezzo tra il tonno e il pollo. E’ carne magra dal colorito bianco-grigiastro. Ottima. Devo dire che tutte le zuppe sono state di mio gradimento ed in particolare quella di serpente bianco.
Affascinato dalle varie giare nel locale ho scoperto diversi vini a base di testicoli di serpente (in realta’ un ghiandola riproduttiva), croccantini di serpente e la prelibatissima bile di cobra, una pallina nera dalle dimensioni di un fagiolino, che viene strizzata fuori dal serpente direttamente nel tuo piatto. Spinto dalla curiosita’ chiesi al padrone del locale (con la gentile traduzione dei miei colleghi) se fosse vero che si beve anche il sangue di serpente. Il padrone eccitatissimo ci chiede di seguirlo fuori sul marciapiede dove ha diverse gabbie con serpenti vari, e puntando il dito verso una vipera aspetta la nostra approvazione. Dopo esserci consultati con lo sguardo decidiamo di dare via libera alla mattanza serpentina. Lo ‘chef’, come dovremmo chiamarlo , apre la gabbia e con guanti imbrattati di sangue prende il serpente per il collo con mani sapienti. Tira fuori una paio di forbicione da un casetto e con un colpo sicuro fa saltare la testa della vipera dentro la gabbia. Il resto del corpo della vipera si muove freneticamente attorno al braccio dello chef mentre questo ne strizza il sangue in tre ciottoline. Finita la spremitura, aggiunge un goccio di un potentissimo vino di riso dalla gradazione paragonabile al whisky. Usando sempre le forbici, mescola le tazzine e ce le porge. In un paio di sorsi finiamo la prelibatezza locale con un certo orgoglio al raggiungimento del fondo della tazzina, mentre le nostre labbra sono tinte di rosso fuoco, anzi, rosso sangue.
Torniamo al tavolo per il dessert. Dal menu scegliemo il dolce tipico: gelatina di tartaruga. Ci portano due tazzone piene di una gelatina nero petriolio e una bottiglia di liquido arancio. La gelatina e’ prodotta in seguito alla bollitura della tartaruga per tempi lunghissimi. Il liquido arancio e’ uno zucchero caramellato. Il sapore della gelatina di tartaruga e’ molto molto amaro e simile alla liquirizia. Lo zucchero aiuta ad addolcirne il sapore. Veramente buono.
Il sangue di serpente fa dormire meglio, per cui ci avviamo soddisfatti verso l’hotel e il meritato riposo del guerriero, dopo una scorpacciata di serpente, lucertoloni e tartarughe al modico prezzo di 100HK$ per persona, ovvero 9 Euro.
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Tags: cibo, hong kong, serpente
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Harbor Plaza Metropolis
20 03 2008Il mio arrivo all’hotel e’ salutato da un gentile pakistano vestito con divisa blu e turbante. Come lui ce ne sono altri 3 pronti aprire le porte di tutti i taxi ed accogliere i nuovi arrivati con maniere garbate. Ad un comando del pakistano, un fattorino cinese vestito tutto di bianco con cappellino cilindrico tipico, si incarica dei miei bagagli. Ci sono altri 10 fattorini pronti a sollevare ogni sorta di bagaglio. Dietro ai fattorini ci sono gli apri porte: anche loro cinesi con divisa bianca il cui compito e’ anticipare quale delle 8 immense porte di vetro userai per entrare nella hall dell’hotel e aprirtela gentilmente alleviando cosi’ la tua fatica. La Hall ha le dimensioni di un campo da basketball. Al frontdesk ci sono circa 20 cinesi con divisa nera di cui 2 si incaricano del mio check in. Nel frammentre il fattorino bianco rimane ad un passo da me con la mia valigia, senza dire una parola. Guardandomi attorno noto un brulicare di apriporte, chiamataxi, fattorini, donne delle pulizie (di vario tipo: ci sono quelle incaricate di pulire le vetrate, quelle addette alla spazzatura, quelle che lucidano i paventi,) e addetti alla sicurezza, uomini in grigio con auricolare che osservano tutto e tutti da ogni angolo della hall.
Check in senza problemi, la suite e’ pronta, enjoy your stay. 19esimo piano con vista sul Victoria Harbor e la downtown di Hong Kong Island: veramente spettacolare. Il mio fattorino si incarica di spingere i pulsanti dell’ascensore (panoramico su giardino interno), di inserire la tessera nella porta della mia camera, di portare dentro la valigia e accendere OTTO luci in 3 stanze: camera da letto, salotto e cucina. Bagno ed entrata completano i 8×10 metri quadri della suite. Le stanze normali sono 4×8 mq.
Fattorino bianco attende silenzioso e composto vicino alla porta mentre io esploro le stanza. Tutto ok: ringrazio e gli do l’unica banconota in mio possesso in quel momento: 5 dollari americani, una mancia medio-bassa in US, un tesoro qui ad HK: circa 40 dollari di hong kong. Si inchina tre volte (bao e’ il nome dell’inchino) e se ne va con passo felpato.
Dopo essermi sistemato scendo al piano terra e vado ad esplorare il Metropolis Mall che costituisce il piano terra dell’hotel: un mega centro commerciale di 4 piani che include anche una scuola elementare e una scuola media. Al centro informazioni del Mall noto un cartello: “Free Temperature Check”. Ti misurano la febbre gratis. La SARS del 2003 deve averli resi veramente paranoici, un po’ come gli americani con gli attacchi terroristici del 2001. Trovo un onnipresente 7/Eleven (un po come una mini-mini-conad tanto per intenderci) ma questo e’ veramente minimale: bibite, patatine e snack vari, giornali, sigarette e preservativi. Prendo da bere e qualche snack giusto per calmare il mio stomaco quando il jetlag si fa sentire.
Torno alla mia suite pensando alle dieci ore di sonno su un king size bed che mi attendono. Ne dormiro’ 5 a causa del jetlag.
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